Quando chiuse la bottega, dopo quarantadue anni, Arturo mise in una scatola tutte le chiavi rimaste senza serratura. Erano decine: grandi, piccole, lucide, arrugginite. Ne tenne una soltanto, lunga e pesante, che non aveva mai aperto niente. La appese al collo come il ricordo di un mestiere finito.
Nei mesi successivi le giornate divennero silenziose. Arturo passava davanti alla saracinesca abbassata e sentiva di essere diventato inutile quanto quella chiave. Un pomeriggio una ragazza del quartiere, Lina, lo fermò. Doveva costruire una scenografia per la scuola e cercava qualcuno capace di insegnarle a lavorare il metallo.
Arturo rispose che la bottega era chiusa. Lina indicò la chiave sul suo petto: «Allora perché la porta ancora con sé?». La domanda rimase nell’aria. Il giorno dopo Arturo riaprì la saracinesca, non per tornare a riparare serrature, ma per preparare un banco più basso e due paia di guanti.
Alla fine dell’anno la bottega era piena di ragazzi. Costruivano lampade, piccoli animali, insegne e oggetti che non avevano ancora un nome. Arturo appese la vecchia chiave sopra l’ingresso. Sotto mise un cartello: “Apre ciò che non esiste ancora”. Aveva finalmente capito che alcune chiavi non servono a entrare nel passato. Servono a dare forma alla porta successiva.